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DiRi: la rispondenza non è la conformità (e non si compra)

La telefonata arriva sempre nello stesso momento: un condomino sta vendendo, il notaio ha chiesto i documenti dell'impianto, e nessuno li trova. A quel punto qualcuno pronuncia la parola "rispondenza" come se fosse un modulo da scaricare. Non lo è — ed è utile sapere perché prima che la telefonata arrivi.

Conformità e rispondenza: due documenti, due momenti, due firme

La Dichiarazione di Conformità (DiCo) la rilascia l'impresa che ha realizzato l'impianto, nel momento in cui lo realizza. È il documento previsto dal D.M. 37/08: dice che quel lavoro, fatto da quell'installatore, è conforme alla regola dell'arte.

La Dichiarazione di Rispondenza (DiRi) arriva dopo, e serve a un caso solo: la DiCo non c'è più, o non è mai stata consegnata. La firma un professionista abilitato che non ha realizzato l'impianto, e che si assume la responsabilità tecnica di dire che quell'impianto — così com'è oggi — risponde ai requisiti.

Non sono due modi di dire la stessa cosa. La prima certifica un lavoro, la seconda certifica uno stato di fatto.

La finestra temporale che quasi nessuno conosce

Questo è il punto dove si perde più tempo negli studi. La DiRi si può rilasciare solo per impianti realizzati fra il 13 marzo 1990 e il 27 marzo 2008.

Fuori da quella finestra le procedure sono diverse: per un impianto più recente il problema non si risolve con una rispondenza, e per uno più vecchio il ragionamento cambia ancora. Chiedere una DiRi per un impianto del 2015 significa aver perso settimane prima di scoprire che la strada era un'altra — e di solito lo si scopre a rogito già fissato.

Non è una firma che si compra

Circolano offerte che promettono la rispondenza a prezzo fisso e in pochi giorni, senza che nessuno metta piede nell'edificio. Vale la pena essere chiari: un documento firmato da chi non ha visto l'impianto è carta. Non perché sia irregolare in sé, ma perché il suo valore sta tutto nella verifica che dovrebbe averlo preceduto.

Una rispondenza fatta come si deve comporta un rilievo dell'impianto — i componenti, i quadri, le protezioni, lo stato dei conduttori — e la valutazione di un professionista che, mettendo la propria firma, risponde di quello che ha scritto. Se il sopralluogo rileva qualcosa di non conforme, il professionista serio non firma: indica cosa sistemare. È un fastidio, ed è esattamente il motivo per cui quel documento vale qualcosa quando lo si presenta.

Quando serve, nella vita di uno studio

  • Compravendita: il notaio o l'acquirente chiedono la documentazione dell'impianto;
  • Locazione commerciale: serve per l'agibilità dei locali;
  • Apertura di un'attività: richiesta nelle pratiche SCIA e dai Vigili del Fuoco;
  • Allacciamento di nuove utenze: il fornitore vuole la prova che l'impianto è sicuro.

Nei primi tre casi la richiesta riguarda spesso l'unità immobiliare, e il condomino si rivolge comunque a te perché sei il primo a cui chiede. Nel quarto, e ogni volta che si parla di impianti delle parti comuni, la questione è direttamente dello studio.

Cosa si può fare prima che arrivi la telefonata

La DiRi è la soluzione di un problema che nasce anni prima: nessuno sa dove sia la dichiarazione originale. E il momento peggiore per scoprirlo è quando c'è una data di rogito.

La cosa che cambia davvero le giornate è banale e nessuno la fa: sapere, per ogni stabile, quali impianti comuni hanno la loro dichiarazione e quali no. Non "poterla recuperare": averla, con la sua data, in un posto solo. Le righe vuote di quel prospetto sono le telefonate che riceverai fra due anni.

È la prima cosa che guardiamo nel check-up dello studio: un'ora nel tuo studio, tre stabili a tua scelta, e ti resta la Mappa di quei tre — cosa c'è, cosa è dovuto, quando scade, cosa manca. Gratis, e il documento è tuo che tu lavori con noi o no.

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